19022016

Interviews

Anthony Parasole

19022016

Con la techno grintosa propria della sua etichetta “The Corner”, il dj e produttore neworkese Anthony Parasole ha recentemente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ben al di fuori delle natali mura domestiche. Anthony racconta il modo in cui sta cambiando la scena underground newyorkese, sul volto mutevole delle comunità dancefloor di New York, e di come le “conoscenze” musicali vengano tramandate di generazione in generazione.

“Questo (la musica) e la palestra sono due parti più importanti della mia giornata!” Anthony Parasole grida dalla sua cucina mentre si finisce di fare una tazza di caffè. È mezzogiorno nel quartiere di Crown Heights a Brooklyn, e il DJ, proprietario di un’etichetta e produttore inizia la sua giornata. “Aspetta un momento, dall’Ostgut vogliono sapere quando prenotarmi il volo per la mia prossima data al Berghain. Devo solo controllare una cosa, e poi possiamo iniziare l’intervista”.

Dire che Parasole è solamente un gran lavoratore, ed un uomo che tiene il piede su più staffe è un po’ un eufemismo. La sua fulminante ascesa nel firmamento dei top djs, e la recente entrata nella famiglia berlinese della Ostgut , lo stanno portando in giro per l’Europa , almeno una volta o due volte al mese. La sua etichetta discografica principale, The Corner, è sempre presente in molte classifiche di settore e ha ricevuto una serie di riconoscimenti sin dal suo debutto nel maggio 2012. Come produttore, vanta due stampe su “The Corner” con Phil Moffa, ed un 12” sull’etichetta di Marcel Dettmann.

È anche al lavoro su una serie di remix, argomento centrale della mia intervista. Tutto ciò che è nel caffè dell’uomo che sta attualmente facendo chiaramente significa seria Le prime impressioni su Parasole sono in linea con le vigorose, grintose sonorità techno che egli rappresenta. Alto e intimidatingly muscoloso, con uno sguardo intenso durante la conversazione profonda, ho potuto immaginare di essere paura di lui, se non avessi avuto la possibilità di conoscerlo nel corso degli ultimi due anni; egli in realtà possiede un calore e la profondità di sensibilità che è quasi certamente nasce dalle stesse lotte che hanno caratterizzato il suo aspetto più robusto. Parla candidamente nel suo morbido accento strascicato Brooklyn sulla sua vita, il rapporto con New York nel corso degli anni, e la carriera musicale in un modo che dipinge un quadro di un consumato, uomo appassionato che ha superato le difficoltà attraverso una profonda dedizione alla sua musica e l’amore per l’arte della discoteca.

Hai suonato uno strumento quando eri più giovane, giusto? Quando hai iniziato a fare il DJ?

Ho suonato un po’ il pianoforte, ma il mio background è sempre stato nel DJing. Avevo tredici anni quando ho iniziato. C'era tanta cultura in questo senso nel mio quartiere, Bath Beach nei pressi di Coney Island. E 'una piccola comunità vicino all'acqua che era principalmente italiana, portoricana, e afroamericana. Dietro l'angolo di casa mia c’era un negozio di dischi - Music Stop - quindi ho speso le mie paghette settimanali su vinili Strictly Rhythm.

Tredici, eh? Il Djing era una passione piuttosto precoce, di quei tempi..

Era ovunque intorno a me, e suonavo di tutto - hip hop, house, disco, che ora si chiama hip-house, ma era solo musica da club di New York City. Ancora amo questo tipo di musica. Mi piace suonare Afrika Bambaataa, ad esempio. L’altro giorno ho suonato ‘Planet Rock’ nel mezzo di un set techno e... E' un disco techno! Ha inventato techno prima di Derrick May e Juan Atkins. [ride] Il mio primo concerto è stato quando avevo sedici anni in un quartiere chiamato Bay Ridge. C’erano sempre i proprietari di bar in cerca di DJ: io facevo coppia con un mio amico. Io suonavo house e hip-hop, mentre lui suonava disco e altra roba più funky. Stavamo suonando per i ventenni e trentenni quando eravamo molto piu giovani di loro. Mia madre ci aiutava a mettere la valigia e il resto in macchina. Non andavo alle feste per drogarmi, allora i miei genitori si fidavano di me e mi hanno sempre sostenuto. Un anno o due dopo ho iniziato a lavorare nei club.

Che club? E qual era il tuo lavoro?

Il mio primo lavoro in un club era al Roxy, ma avevo un cugino che lavorava al Limelight così alla fine ho finito per lavorare lì. Mi occupavo di logistica generale, compresa la sicurezza, lavorando alla porta ... tutto ciò che doveva essere fatto! Volevo solamente stare il più vicino possibile alla musica. Avevo già lavorato nel settore per molto tempo ed è stato denaro facile. Non avevo un lavoro vero al momento. Sono andato al college per un po', ma semplicemente non ha funzionato: ho dovuto trovare un lavoro e fare soldi.

Scusa, ma devo chiedertelo: quale è stato l’apogeo del ‘New York clubbing’?

Sei stato al Berghain, giusto? C'era roba molto più scioccante a New York in quei tempi. Una festa Victor Calderone al Roxy? Molto piu pazzesco. Quelle feste erano come le feste Snax [notti fetish a Berlino], ma accadevano ogni Sabato, e c’erano poche persone etero li! Guarda questo: [mette un video su Youtube] questo è Arena al Palladium con Junior Vasquez. Non sembra il Berghain? Credo che i proprietari si siano ispirati da quella estetica. Quando ho messo piede al Berghain ho pensato:” Oh, sono già stato in questo club!” [ride] Junior era un grande DJ.

Raccontami di Deconstruct, la prima etichetta.

L'idea dietro Deconstruct si basava sul fatto che, ripensando a quando ancora si compravano i vinili negli anni '90, si scriveva sempre '27th Street Remix' o 'Sound Factory Remix' sull'etichetta. 27th Street a Manhattan era il luogo ove si ergeva il club Sound Factory. Tutte le volte che avete visto uno di questi remix, sapevate che stavate andando a comprare un vinile dove un intero lato era coperto da un'unica traccia. Così, quando abbiamo fatto Deconstruct, l'idea alla base era di duplicare quelle sonorità proveninenti da “27th Street” e “Sound Factory” - tamburi intensi e dischi orientati ai suoni più duri. Deconstruct è sempre stata destinata ad essere un 4/4, roba dura. E sai una cosa? Abbiamo onestamente avuto un piano di emergenza, in caso di fallimento. Neanche nei nostri sogni più arditi avremmo mai potuto immaginare che saremmo andati a ristampa. Nessuno stava suonando la nostra roba al momento.

E invece, riguardo “The corner”, cosa mi dici?

Ho avuto un brutto momento nella mia vita, seppur breve, durante il quale ero artisticamente fermo: non riuscivo a produrre nulla. Alla fine mi sono reso conto che avevo bisogno di iniziare un qualcosa di nuovo, di lanciare una nuova etichetta. Ero sdraiato sul divano a guardare “Mob Week” su AMC, un giorno, anche se avevo tolto il volume per ascoltare promo sul mio computer. Questi film sono visualmente sensazionali! Così, ho avuto l'intuizione: inizierò una etichetta che esegue questi fotogrammi come un'opera d'arte e metterò qualche grintosa, dura sonorità. Il nome, The Corner, rimanda allo “spacciare”. Qualunque sia la zona in cui sei cresciuto durante gli anni '80 e '90, facevi parte di una crew. C'è stata la crew della diciottesima avenue, la comitiva di Bath Avenue, e via dicendo. Non avevi altra scelta: dovevi essere parte di qualcosa. Ecco, questo è parte della genesi del nome: l'altra è che c'era un programma in TV chiamato proprio “The Corner,” che era basata su quella vita di strada. È tutto basato su spacciare droga e roba del genere.

Cosa ha significato tutto per te, a livello personale?

Sono stato in prigione quindici mesi. Sono stato arrestato nell'agosto del 2001 a causa della droga. Ironia della sorte, avevo già smesso di spacciare e di fare quella vità lì, avevo già un nuovo lavoro.
Però c'era già un'indagine in corso, antecedente, e così venni arrestato. Tuttavia, l'arresto e la conseguente prigione sono stati la mia salvezza: ho ricominciato a vivere di musica, a dare alla musica un ruolo centrale nella mia vita. Avevo venduto i miei giradischi, poco prima di andare in prigione. Ho ricominciato da capo: ho ricomprato i giradischi, e ho cominciato a ricomprare dischi. “Voglio ricominciare a vivere di musica”: questo è quello che pensavo. Sono uscito di galera, ho cominciato a lavorare in un negozio di scarpe, e mi sono rimesso in carreggiata. Quello che voglio fare è mostrare questo lato delle strade, perché ora è così bello qui a New York. La maggior parte di quelle foto dell’artwork sono reali. So le storie dietro ogni copertina. C'era sicuramente uno stile di vita in quei tempi che trascendeva in tutto ciò – ed è permeato nella club culture e oltre. Ora pero non è cosi. I soldi cambiano tutto, e lo rimuovono da ciò che è reale. A quel tempo era più come una comunità, e questo è quello che manca ora. Non sto parlando di un piccolo gruppo affiatato di quelli più appassionati, mi riferisco a un gruppo più ampio. Andavi in un club e vedevi quattromila persone alla volta che capivano la musica.

text by rebel rebel