19052016

About

Margaret Dygas

Portatrice di un sound che ha sue le radici a New York, maturato a Londra e raffinatosi a Berlino, Margaret Dygas è un’artista la cui creatività possiede un vero e proprio carattere cosmopolita: nata e cresciuta in Polonia, per poi vivere in Inghilterra. Germania e Stati Uniti. Trasferitasi a Berlino nel 2007, i suoi primi set al Panorama Bar, al Watergate, ed al Club Der Visioneare erano spasmodicamente attesi dal pubblico tedesco, sopratutto per via della sua capacità maratonetica di sostenere set interminabili.

E proprio in Germania il talento di casa Perlon inizia a produrre e scrivere la propria musica, suggellando il suo debutto con “Day After”, pezzo che dimostra la sua capacità assimilare le influenze berlinesi all’interno di un personale processo creativo. Il primo album, intitolato “How Do You Do”, esce nel 2010. Rilasciato sull’etichetta giapponese PowerShovelAudio, questo lavoro trae la sua ispirazione dal libro “Peoplewatching”, una guida al linguaggio del corpo dello zoologo britannico Desmond Morris.

Ogni traccia, che si sviluppa coerentemente al sommario del testo, regala all’ascoltatore, passo dopo passo, un’emozione diversa e ben delineata, andando a ricraere dei paesaggi sonori che raccontano una storia dall’inzio sino suo epilogo. La Dygas ha dato seguito al suo primo full-length con l’omonimo e più dance “Margaret Dygas”, uscito su Perlon nel 2011. Del resto, il suo ampio background musicale, alimentato da un’ossessiva ricerca della sperimentazione elettronica dentro la sua musica, le permette di interagire con artisti che provengono anche da scene apparentemente distanti da quelle che calca oggi l’artista.

Nel 2015, in collaborazione con Bambonou, pubblica su 50 Weapons il 45 giri See you soon/Popular Religions. Ciò che colpisce di questa nuova produzione è l’avvicinamento della Dygas verso sonorità più “dancefloor”. Nonostante sia un’affermata DJ di casa Perlon, la Dygas ha sempre concentrato le sue produzioni verso sonorità diverse da quelle più comuni nei dancefloor. Tuttavia, “Popular religions” sembra invece muoversi in quest’ottica.

text by rebel rebel